ALICE E L’OMBRA

PRIMA PARTE

Lei era una donna serena… Le trasmettevano un sottile disagio soltanto l’eccessiva bellezza e una acuta intelligenza.

Erano qualcosa che sfuggiva ai canoni comuni e negava allora un rassicurante equilibrio.

Alice, navigando in quei pensieri – e la sua mente era pressoché sempre in movimentata navigazione, ma sognava  ardentemente i porti – spinse l’antico robusto portone del palazzo storico dove viveva. Quella quercia massiccia, arricchita da grossi spunzoni in ferro – che volevano essere decorativi, ma lo facevano invece apparire l’entrata di una vigilata prigione – le creava sempre meraviglia e disappunto al contempo.

“Ecco il mio maniero… Mancano a sua difesa le guardie ai lati degli imponenti battenti!” pensava ogni volta che rientrava a casa, poi – praticamente non poteva farne a meno – gettava un’occhiata, sia pure di sfuggita, alla cariatide in pietra posta immediatamente sopra il portale, che con la sua enorme, inquietante pigna, impugnata nella mano destra, pareva sempre essere sul punto di scagliarla su qualche malcapitato che doveva varcare l’entrata, ma a lei non era simpatico.

“Da bimba, quando sapevo di aver compiuto qualche marachella, temevo sempre che questo spietato Golem volesse punirmi con una pignata sulla testa…” ricordò Alice.

Già, Alice… Anche il nome che le avevano imposto pareva essere un segno del destino… Riportando a quella sua omonima che, tra conigli giganti, Cappellai matti e Regine malvagie, aveva visitato “Il paese delle Meraviglie”.

Anche questo uno squilibrio.

Lei era una donna serena e dunque non era… non poteva essere così, ma qualcosa di oscuro in fondo a lei, inconsciamente, ogni tanto si agitava e lei ne aveva paura… terrore persino.

Alice entrò nel suo appartamento e, non appena depose sul divanetto d’ingresso il leggero soprabito che indossava, sentì come un leggero scricchiolio provenire dalla stanza da letto.

Cauta ed anche un po’ impaurita, quasi non posando i piedi sul pavimento, percorse in assoluto silenzio il tratto che conduceva alla sua alcova che, considerata la sua ampiezza, le serviva anche da studio.

Ed eccola lì… Seduta alla sua scrivania l’intrusa – che ormai sempre più spesso, si appropriava di quel suo spazio privato – posta al di sotto dell’ampia finestra ed agitava tra le mani quei fogli da carta da lettera, che producevano il sinistro scricchiolio.

E scriveva… Scriveva… L’aveva veduta scrivere per ore… Ignara di tutto ciò che la circondava, compresa la sua presenza.

Alice le osservò le spalle e la nuca teneramente femminile ed i graziosi riccioli neri che parevano vivere di vita propria su di un collo lungo e sottile.

Non l’aveva mai veduta… Non era mai riuscita a vederla in volto, ma l’infastidiva la spiacevole congiuntura che l’estranea indossasse la sua vestaglia preferita, da dove vedeva spuntare la lunga camicia da notte di seta bianca, anche lei tra i capi d’abbigliamento notturno che prediligeva.

Alice si ricordò quando era iniziato tutto e si rivide, camicetta di un verde gemmato e pantaloni a zampa d’elefante, mentre si dirigeva velocemente verso il Liceo che allora frequentava. Come al solito era in ritardo e come al solito l’arcigno custode, con quel maligno sorriso, appena accennato sulle labbra sottili come lamette, l’avrebbe aspettata, per chiuderle poi in faccia, all’ultimo istante, il portone d’ingresso dell’Istituto.

Ma quel giorno non era andato così, perché dinanzi all’elegante Terenzio Mamiani – vanto tra i licei classici della capitale – sostava un assembramento di studenti agitato e rumoroso. Lei, per un attimo, si era bloccata ed aveva avuto la tentazione di tornare indietro, ma alla fine la curiosità aveva avuto il sopravvento.

Nel gruppo nutrito di ragazzi e ragazze, intravide i suoi compagni di classe e, per un attimo, stentò a riconoscerli. Avevano infatti finalmente adottato l’abbigliamento trasgressivo che quel serioso liceo sicuramente non permetteva: fasce colorate a circondare la fronte e pantaloni a zampa d’elefante o jeans tagliati e stracciati per i ragazzi, molti dei quali, per l’occasione, avevano anche disfatto il morigerato nodino che teneva legati i capelli, per sfoggiare lunghe, fluenti chiome, in quel giorno di primavera, smosse da un frizzante venticello. Le ragazze indossavano invece, quasi tutte, minigonne vertiginose; gli occhi bistrati e gloss o rossetto che ne evidenziavano le labbra.

Il vento giocava anche con le loro chiome, ancora più voluminose e lunghe di quelle dei ragazzi, e molte esibivano anche fiori appuntati alle tempie.

“Già… I figli dei fiori…” si era detta Alice e quello fu il primo giorno di una lunga serrata, come l’avrebbero in seguito definita gli occupanti dello storico liceo.

Sì, era iniziato tutto da allora… Almeno a Roma, seguendo la scia di altre parti d’Italia.

Ma lei non si era lasciata contagiare più di tanto. Non aveva accettato di passare la notte a dormire all’interno dell’istituto, sugli stessi banchi di scuola o in sacchi a pelo puzzolenti. Si era limitata, a mo’ di improvvisata vivandiera e monetine alla mano, ad acquistare al chioschetto antistante il liceo sandwich e panini, quali improvvisati pranzi e cene per i compagni di classe più determinati a contestare ed a resistere nella loro protesta.

Lei era Alice… Bella ed impossibile, ma in fondo così estranea a tutto. Mai veramente coinvolta… Attenta a non cadere in nessun eccesso: uno squilibrio in ogni caso.

Quando vi era stata infine quella carica della Polizia, che aveva ricevuto in cambio quella risibile resistenza dei cosiddetti “eroi delle bottigliette” – tre suoi compagni, armati dei vuoti delle lattine e resi di Coca Cola ed aranciate e per questo arrestati – lei ne fu quasi felice.

Troppo chiasso, un’esibizione volgare di se stessi… “Eppure…”, si era detta in un momento in cui la coscienza, suo malgrado, aveva avuto un sussulto “Eppure avevano degli ideali… Puntavano ad uno svecchiamento della Società, del pensiero, dell’etica mummificata e retrograda di quei tempi, alla ricerca di un mondo progressista, liberale e dunque migliore, come anche le canzoni dell’epoca esaltavano (È la pioggia che va, e ritorna il sereno…)”.

Ed era stato allora, in occasione di quel colloquio silenzioso con la sua coscienza, che aveva potuto intravedere per la prima volta l’estranea…

Anche la sconosciuta se ne stava lì – proprio come lei – in parte celata dietro il tronco robusto di uno degli alberi antistanti la facciata del liceo ed osservava la carica della Polizia e quel pietoso tentativo di resistenza… Ma, al contrario di lei, varie ed intense emozioni si alternavano sul suo volto e si era potuta poi rendere anche conto che, interrompendo ogni tanto la sua visione, annotava qualcosa in un notes che aveva con sé. La mano, si sarebbe detto con la stessa velocità degli accadimenti, quasi in sincrono dunque, vergava segni su segni in quelle pagine bianche. Una cronaca, sicuramente sentita, di quegli accadimenti, perché d’improvviso una lacrima era scivolata sul suo volto e, nel tentativo di asciugarla, la sconosciuta parve accorgersi di me e, per un attimo, con il volto girato di tre quarti, i nostri sguardi si erano per un attimo incrociati, ma il cono d’ombra del tronco che la proteggeva le aveva impedito di vederla al meglio, ma le era parso, rabbrividendo, che le somigliasse molto.

SECONDA PARTE

Neppure il matrimonio aveva fatto per lei… Troppo impegno, troppa devozione.

Anche quello comunque uno squilibrio.

Gli anni erano passati, così come gli ideali del ‘68, deformandosi man mano nel loro opposto.

Lei, ora come allora, era rimasta bella e impossibile. Impeccabile, ma non algida.

La perfezione non è mai perfetta, così come l’imperfezione. L’equilibrio possiede in ogni cosa il giusto dosaggio e lei, Alice, era il giusto dosaggio.

L’acquisizione di una Laurea in Lettere, con il massimo dei voti, aveva accresciuto quel bagaglio di cultura che nutriva la mente, ma senza voler mirare a traguardi troppo ambiziosi… Anche quello uno squilibrio.

La frequentazione di persone – che aveva scelto “calibrate su di lei” – le forniva, quando lo desiderava, la giusta compagnia. Un lavoro da traduttrice le forniva da vivere, ma le impediva soprattutto di annoiarsi.

La fantasia ed i sentimenti troppo coinvolgenti o assoluti le erano preclusi e costituivano un suo riflesso naturale. Ma c’era l’intrusa, e ciò sfuggiva al suo controllo…

Più volte si era chiesta chi in realtà fosse – e persino se fosse… -. Così come si era proposta varie volte di provare a parlarle. Ma non appena quel pensiero la sfiorava, l’intrusa si liquefaceva sotto i suoi occhi… lasciando soltanto, per un istante breve come un battito di ciglia, un’ombra, fatta di innumerevoli puntini neri assembrati tra loro, che impallidivano velocemente sotto il suo sguardo attento.

Mentre inseguiva quei pensieri, suonarono alla porta ed Alice, osservando l’orologio: “Ecco Elio …”, si disse, lieta dell’assoluta puntualità del suo alleato – così preferiva definirlo, piuttosto che compagno, poiché in realtà non si facevano compagnia, ma, unendo i loro corpi, rispondevano e saziavano quella richiesta naturale dei sensi che una sana costituzione ed un’età ancora giovanile richiedevano.

Con un ultimo gemito, educato ma non trattenuto, Alice raggiunse il suo orgasmo.

Al pari di lei, Elio, faceva tremare in un ultimo sussulto di piacere il suo bel corpo scolpito.

Non si amavano nel vero senso della parola, ma si compiacevano gioiosamente uno dell’altro.

Alice, con gesti aggraziati si sollevò dal letto ed infilò la bianca camicia da notte di raso – e con un brivido la pensò addosso all’estranea – ed andò ad allestire, per lei e per Elio, l’abituale rito del tè.

Quando il bollitore smise di borbottate, Alice sistemò su di un vassoio le due tazze di tè – una al gelsomino per lei ed una alla vaniglia per lui – e lo depose sul tavolo da bistrot in cucina e lì la raggiunse Elio che, nel frattempo, si era a sua volta completamente vestito e si sedettero in silenzio uno di fronte all’altro, sorbendo educatamente quel tè.

Per un orrendo momento, Alice vide se stessa ed il compagno, seduti a quello stesso tavolino, completamente nudi, le gambe ed i piedi a sfiorarsi, il pene di lui nuovamente in eccitazione, mentre un fremito di piacere le percorreva la schiena, arrivandole poi prepotente all’inguine.

Alice scosse la testa… E per fortuna quell’orrenda visione scomparve, ma con la coda dell’occhio le parve di scorgere l’intrusa che l’osservava, appoggiata allo stipite della porta.

Socchiudendo gli occhi ed ingoiando quel tè profumato, oscurò subito quell’immagine indiscreta.

Socchiudendo gli occhi ed ingoiando un lungo sorso di quel tè profumato, oscurò subito quell’immagine indiscreta.

Non appena trascritta la conclusione di quel rito, chiuse il capiente notes, ma rimase a far ciondolare per un po’ tra le dita la penna.

“Per oggi probabilmente era tutto… Anche se quel tutto era praticamente niente”.

Perché era lei invece l’altra Alice… quell’Alice che poteva vedere un coniglio  gigante trotterellare davanti a lei ed era sempre lei che avrebbe potuto discorrere per ore – con un filo logico intermittente ed astrusità, solo apparentemente, inspiegabili – con l’adorabile Cappellaio matto. Dentro di lei ci sarebbe stato sicuramente il coraggio per sconfiggere la malvagia Regina… Guardò con tristezza la Alice che portava il suo stesso nome ed esponeva al mondo il suo stesso aspetto… La Alice che invece lei era non temeva affatto gli squilibri, a volte così ricchi d’imprevisti, di novità… di aria mutata. Ma, al momento, poteva solo annotarlo su carta, sfuggendo all’impero dell’altra se stessa, così volutamente e rigidamente inserita in uno schema, già di per sé limitato e limitante.

La vita seguitava a scorrere, imperscrutabile e veloce, come le immagini sul televisore.

“CARNE e SANGUE” quel giorno proveniva dal tubo catodico.

Ciò di cui in fondo sono fatti uomini ed animali, dunque non poi così diversi e nessuno all’altro superiore, perché se le menti dei primi sono in grado di elaborare e di costruire anche qualcosa di diverso da sé, nei secondi c’è sì assai meno lucido raziocinio – ma comunque sufficiente per i beni primari della specie -, ma vi abita un sentimento più genuino, non filtrato, spesso disinteressato… Un’innocenza primeva che in queste creature non è scomparsa, ma permane sotto forma di una purezza dell’essere, inimitabile, non più raggiungibile per la maggior parte degli esseri umani.

“CARNE e SANGUE”…

Ed Alice fissava il televisore dove, in bianco e nero, quel giorno ancora più  netto e livido, risaltava ciò che era rimasto della scorta di un alto rappresentante dello Stato… Poveri manichini sgualciti e scomposti che si era tentato di coprire in qualche modo sia agli sguardi pietosi che a quelli morbosi della gente, mentre il sangue formava fiori velenosi sull’asfalto.

Alice guardò Alice e vide che c’era una lacrima tra le sue ciglia.

“È viva!”, pensò. “Allora è viva! C’è ancora qualcosa in grado di emozionarla… di commuoverla. Forse non è ancora tutto perduto!”.

In quell’attimo si era aperta come una breccia.

“È giunto finalmente il momento propizio per provare a parlarle…”.

E Alice, nell’asciugare quella lacrima improvvisa ed imprevedibile, scorse accanto a lei l’intrusa che le sorrideva.

«Chi sei?» le chiese, con il cuore che pareva perdere i battiti. «Chi… Chi sei?».

«Sono ciò che TU non hai avuto il coraggio di essere», sentì che le rispondeva.

Vedendo che, a quelle parole, l’altra se stessa impallidiva, aggiunse: «Ma non temere ho scritto… Ho annotato tutto e non hai perduto nulla di quella tua vita che non hai veramente vissuto… Non desiderando neppure registrarne il passaggio».

Alice taceva, seguitando ad osservare quel suo riflesso, ormai non più un’ombra.

«No… Sei tu il riflesso, mia cara» sentì, sempre più confusa, che l’altra affermava.

«Puoi leggere nella mia mente?» balbettò allora, tentando di arrestare i battiti, ora divenuti invece furiosi nel suo cuore. «È la nostra mente… Non è soltanto la tua!».

«Nostra?».

Come un sospiro attraversò l’aria.

«Forse la colpa è soprattutto mia…», sentì che affermava quella che, per tanto tempo, era stata solo l’intrusa.

«Perché pensi di avere delle colpe?».

«Ti ricordi, Alice, cosa dicevi di voler fare una volta da grande, quando eri ancora una bimbetta di sei, sette anni?».

Alice, con le mani si rassettò nervosamente la vestaglietta a fiori azzurri che indossava e spense il televisore per prendere, per una breve tregua, le distanze, da quella scena di paura e di morte.

«Sì… »  E quel monosillabo, come una monetina impazzita, parve rimbalzare su ogni superficie.

«Sì… Volevo fare la scrittrice!».

«Ecco… Ed è da lì che è iniziata la scissione», commentò l’altra, ombra, riflesso o qualunque cosa fosse.

«L’EQUILIBRIO… Una vita ordinata, quanto asettica, dominata dall’ossessione dell’equilibrio. Come potevi divenire una scrittrice? Dove erano la fantasia? L’Invenzione? La creatività?

L’equilibrio è piatto… Una noiosa bilancia dai bilancieri fermi ed equidistanti: mancanza assoluta di movimento.

La Creatività è invece un magma incandescente, è la ripetuta frantumazione dell’equilibrio per dargli sempre nuove forme… È rigenerazione continua, è ciò che dovrebbe essere una vita realmente vissuta!

Eppure quella bilancia dai piatti fermi e costantemente in equilibrio costituisce la meta agognata dalla maggior parte degli esseri umani: mancanza assoluta di movimento e, di contralto, sicurezza, certezza, stopposa ripetitività».

L’immagine di una stagnante palude parve sommergere Alice, che se ne sentì come soffocata e di nuovo alcune lacrime le si formarono agli angoli degli occhi.

«Sono state queste lacrime  a salvarti…». E la voce d’improvviso parve non avere più una provenienza sicura.

«Hai scritto tutto… Proprio tutto?», chiese Alice, socchiudendo gli occhi.

«Tutto… Ciò che ti scivolava addosso, aveva comunque spessore: qui» e mostrò il notes puntigliosamente annotato «c’è anche quella partecipazione agli eventi che tu non hai voluto dare… C’è – perché nella tua mente lo leggevo e nel tuo cuore lo indovinavo – tutto ciò che volevi dire e non hai detto… Tutto ciò che volevi fare e non hai fatto. Ci siamo noi due… Tutte e due!».

Di nuovo la voce parve aver perso provenienza e risuonava dentro di lei, sgorgando come acqua che sale d’improvviso in superficie.

Alice si asciugò le lacrime e diede spazio al sorriso… Poi, prestando orecchio a quella voce che le veniva come dal di dentro, affermò: «Sai… Tutto ciò sembra quasi un racconto… Un affascinante mistery che ci vede protagoniste… Potrei scriverlo…».

«L’ho già fatto! Un bel racconto per soli intenditori!».

Ed il crepuscolo che era sceso d’improvviso colse una sola Alice, seduta alla sua scrivania che, sorridendo sorniona tra sé, a fine pagina, scriveva un imponente THE END, con i caratteri che si arricciavano eleganti ai margini della prima e dell’ultima lettera.

Myriam Ambrosini